Mutismo selettivo: quando il silenzio non è mancanza di collaborazione

Ci sono silenzi che mettono a disagio.

E poi ci sono silenzi che chiedono di essere ascoltati.

Quello di Arianna apparteneva alla seconda categoria.

Nove anni.

Seduta accanto alla madre.

Gli occhi bassi.

Il corpo rigido.

Nessuna parola.

Ma una presenza fortissima.

Perché bastavano pochi secondi per capire che quella bambina non era assente.

Stava ascoltando tutto.

Accanto a lei c’era la sorella gemella, Ludovica.

Stessi lineamenti.

Eppure, completamente diversa.

Ludovica parlava, osservava, rispondeva alle domande.

Arianna no.

Non un saluto.

Non una risposta.

Non una domanda.

Solo quello sguardo rivolto verso il pavimento e due occhi lucidi che sembravano trattenere molto più di qualche lacrima.

La madre era visibilmente preoccupata.

Dovevamo eseguire una radiografia panoramica per comprendere meglio la situazione clinica che stava cercando di spiegarci.

Ma mentre parlava avevo l’impressione che la sua preoccupazione più grande non fosse la radiografia.

Sembrava temere che la figlia si rifiutasse.

Che non collaborasse.

Che non riuscissimo nemmeno ad avvicinarci.

Poi, sottovoce, mi disse:

“Ha il mutismo selettivo.”

Confesso che fino a quel momento conoscevo poco questa condizione.

Avevo sentito il termine qualche volta, ma non mi ero mai trovata davanti a una situazione del genere.

Continuavo a guardarla e a pensare che quel silenzio stesse raccontando una storia che ancora non conoscevo. Osservandola capivo che non era chiusa nel suo mondo.

Non era distante.

Non era disinteressata.

Seguiva ogni movimento.

Ascoltava ogni parola.

Comprendeva perfettamente ciò che stava accadendo.

Per questo abbiamo continuato a parlare anche a lei.

A spiegarle cosa sarebbe successo.

A coinvolgerla.

A trattarla come la vera protagonista di quel momento.

Prima della panoramica le abbiamo mostrato l’apparecchiatura.

Le abbiamo spiegato i passaggi.

La sorellina ci ha aiutato facendole vedere concretamente cosa avrebbe dovuto fare.

Nessuna pressione.

Nessuna richiesta insistente.

Nessun “dai, parla”.

Solo spiegazioni.

Solo presenza.

Solo tempo.

E poi è successo qualcosa che per molti potrebbe sembrare normale.

Ma che per quella bambina probabilmente normale non era affatto.

Con un coraggio straordinario si è alzata.

Ha seguito le indicazioni.

Si è posizionata correttamente.

Ha eseguito la panoramica.

E poco dopo siamo riuscite anche a osservare il cavo orale.

Ricordo il volto della madre.

Un misto di sollievo, incredulità ed emozione.

Come se in quel momento fosse andato bene molto più di un semplice esame radiografico.

Come se qualcuno avesse finalmente visto sua figlia oltre la sua difficoltà.

Quando il silenzio viene frainteso

Tornata a casa, Arianna continuava a tornarmi in mente.

Così ho iniziato a documentarmi.

Ho scoperto che il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia.

Ho scoperto che questi bambini spesso parlano normalmente a casa, con i familiari, con gli amici più stretti e nelle situazioni in cui si sentono al sicuro.

Ma in alcuni contesti sociali l’ansia diventa così intensa da bloccare completamente la possibilità di utilizzare la voce.

Non è una scelta.

Non è ostinazione.

Non è maleducazione.

Non è mancanza di collaborazione.

È un blocco reale.

E forse è proprio questo che noi operatori dovremmo ricordare.

Perché il rischio è interpretare il silenzio con gli occhi dell’adulto.

Pensare che il bambino non voglia.

Pensare che stia facendo opposizione.

Pensare che non ascolti.

Pensare che non collabori.

Eppure, Arianna ci stava dimostrando esattamente il contrario.

Non parlava.

Ma collaborava.

Non rispondeva.

Ma ascoltava.

Non guardava negli occhi.

Ma seguiva ogni passaggio.

Questo mi ha fatto riflettere su quante volte, nel nostro lavoro, rischiamo di valutare la collaborazione di un paziente solo attraverso ciò che vediamo in superficie.

Cosa succede nel cervello di questi bambini?

Proviamo a immaginare una situazione.

Immaginiamo di dover salire improvvisamente su un palco davanti a centinaia di persone.

Senza esserci preparati.

Senza averlo scelto.

Probabilmente il cuore accelererebbe.

Le mani inizierebbero a sudare.

La bocca diventerebbe secca.

La voce potrebbe tremare.

Ora immaginiamo che quella sensazione venga amplificata ancora di più.

Molti specialisti descrivono il mutismo selettivo come una risposta ansiosa intensa.

Il bambino non sceglie di non parlare.

Vorrebbe farlo.

Spesso sa perfettamente cosa vorrebbe dire.

Ma il sistema di allarme del cervello prende il sopravvento.

Per questo frasi che spesso pronunciamo in buona fede come:

“Dai, rispondi.”

“Non essere timida.”

“Parla che non succede niente.”

oppure

“Lo vedi che sai parlare?”

raramente aiutano.

Perché il problema non è la volontà.

È l’ansia.

E l’ansia non si supera con la pressione.

Si supera con la sicurezza.

Cosa può fare l’ASO?

Naturalmente il mutismo selettivo richiede figure specializzate.

Ma anche noi possiamo fare molto.

Più di quanto immaginiamo.

Possiamo continuare a rivolgerci al bambino anche se non risponde.

Possiamo spiegare ogni passaggio.

Possiamo utilizzare gesti, immagini e dimostrazioni.

Possiamo accettare una risposta ottenuta con un cenno del capo.

Possiamo evitare di mettere il bambino al centro dell’attenzione.

Possiamo rispettarne i tempi.

E soprattutto possiamo ricordare una cosa fondamentale.

L’obiettivo non è ottenere una parola.

L’obiettivo è costruire fiducia.

Ripensando a quella mattina mi sono resa conto che, senza conoscere a fondo il mutismo selettivo, avevamo seguito proprio questa strada.

Avevamo mostrato.

Spiegato.

Aspettato.

Rassicurato.

E soprattutto rispettato.

Il ruolo della sorella

C’è poi un altro dettaglio che continua a tornarmi in mente.

Ludovica.

La sorella gemella.

Mentre noi cercavamo di comprendere la situazione, lei sembrava conoscerla perfettamente.

Non appariva infastidita.

Non cercava di parlare al posto della sorella.

Non la sollecitava.

Non la correggeva.

Non la spingeva.

Semplicemente la accompagnava.

Con una naturalezza che mi ha colpito profondamente.

Come se quel silenzio facesse parte della loro quotidianità.

Come se avesse imparato ad accoglierlo senza giudicarlo.

E forse anche questo è un insegnamento.

Noi adulti spesso sentiamo il bisogno di riempire ogni silenzio.

I bambini, a volte, riescono semplicemente a starci accanto.

Una lezione che va oltre il mutismo selettivo

Ripensando ad Arianna mi sono resa conto che quella mattina non ho imparato soltanto qualcosa sul mutismo selettivo.

Ho imparato qualcosa sui pazienti.

Su tutti i pazienti.

Perché noi vediamo i comportamenti.

Ma dietro ogni comportamento esiste una storia che non conosciamo.

Il paziente che parla troppo.

Quello che sembra aggressivo.

Quello che fa molte domande.

Quello che non riesce a stare fermo.

Quello che evita il contatto visivo.

Quello che sembra scortese.

Quello che non parla affatto.

Spesso stiamo osservando una strategia con cui quella persona cerca di gestire una paura.

E forse il nostro compito non è soltanto eseguire procedure.

È anche cercare di comprendere ciò che il paziente sta comunicando, perfino quando non utilizza le parole.

Arianna quel giorno non ci ha raccontato la sua storia con la voce.

Ce l’ha raccontata con gli occhi lucidi.

Con le mani ferme lungo il corpo.

Con il coraggio che le è servito per alzarsi e posizionarsi davanti a quell’apparecchiatura.

Perché a volte il coraggio non è parlare.

A volte il coraggio è riuscire a fare un passo avanti quando ogni parte di te vorrebbe scappare.

Quel giorno una bambina di nove anni è entrata nel nostro studio senza dire nulla.

E se n’è andata lasciandoci una grande lezione sulla comunicazione.

Una lezione che, probabilmente, nessuna parola avrebbe potuto spiegare meglio.

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