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Quando le giornate si presentano particolarmente intense, può capitare di uscire in ritardo, ma quando questa possibilità diventa invece una condizione abituale, la causa è probabilmente da ricercare in una disfunzione nell’organizzazione dello studio.

Secondo le mansioni dell’ASO definite dall’Accordo Stato–Regioni del 9 febbraio 2018, tra le attività dell’ASO rientrano il riordino, la sanificazione degli ambienti, la gestione e il trattamento dello strumentario, la preparazione degli spazi per il giorno successivo.

Queste attività fanno parte del lavoro a tutti gli effetti e richiedono tempo dedicato.

La pianificazione della giornata deve essere prodotta tenendo conto di queste fasi e quando ciò non accade, l’ASO si ritrova costretto a restringere i tempi o a trattenersi oltre l’orario lavorativo.

In questo caso si parla di un problema di pianificazione del lavoro, concetto molto diverso dalla velocità lavorativa personale dell’ASO, perché nessuna ottimizzazione individuale può eliminare attività che sono necessarie per la sicurezza e il corretto funzionamento dello studio.

L’ ASO può migliorare l’organizzazione delle proprie attività, ma non può ridurre i tempi che servono per lavorare in modo corretto. Il tempo di chiusura non è un’aggiunta facoltativa: è parte integrante della giornata lavorativa.

Il ritardo occasionale rientra nella normalità di questo tipo di attività, perché la realtà odontoiatrica non è lineare, è una realtà complessa come tutte le attività sanitarie, ma se il ritardo diventa una costante, è un segnale organizzativo che va osservato e corretto.

Risposta a cura di Serena Bartiromo – Consulente e formatrice ASO

Nella pratica quotidiana capita spesso che alcune procedure vengano ripetute perché “si è sempre fatto così”, un passaparola, un tramandarsi di abitudini, la maggior parte delle volte senza base concreta, diventate automatiche ed insegnate ai nuovi arrivati.
Il problema nasce quando a quest’ultimi sorge un dubbio o si rendono conto che quella modalità non sia probabilmente corretta, non sia sicura o non rispetti le procedure previste.

Adeguarsi consapevolmente a una procedura non corretta non tutela l’ASO.

Anche se la decisione clinica è del medico, l’ASO risponde del modo in cui il lavoro viene eseguito. Il fatto che una procedura venga fatta “da anni” non la rende automaticamente corretta, né sposta la responsabilità.

Segnalare una procedura dubbia non significa mettere in discussione l’autorità del medico, né del personale storico dello studio, ma tutelare la sicurezza e il corretto svolgimento del lavoro.
Il momento e il modo fanno la differenza: non durante l’urgenza clinica, non davanti al paziente, ma in un contesto professionale, basandosi su ciò che si è osservato e sulle procedure previste.

L’ ASO può far presente quello che ha notato e chiedere chiarimenti, perché tacere per evitare conflitti può sembrare più semplice, ma nel tempo potrebbe creare disagio ed insicurezza. Presentare le proprie perplessità con modestia è la decisione migliore. I momenti di confronto e di dialogo sono la base della crescita personale, professionale e della cooperazione in un team.

Risposta a cura di Serena Bartiromo – Consulente e formatrice ASO