Dalle domande in chat a un protocollo consapevole, verificabile e aggiornato
“Le buste sterili valgono sei mesi?”
“Bisogna scrivere la data di scadenza?”
“Il numero del ciclo va indicato sulla busta?”
“L’Helix lo fate tutti i giorni?”
“E i test dell’autoclave quanto tempo vanno conservati?”
Sono domande che prima o poi compaiono nelle chat delle ASO.
Qualcuna risponde: “Da noi facciamo così”.
Un’altra: “A me hanno insegnato diversamente”.
Un’altra ancora: “Durante un controllo mi hanno detto che…”
Ed eccoci lì.
Dieci studi odontoiatrici, dieci procedure differenti e la sensazione che in sterilizzazione la risposta possa cambiare a seconda della persona alla quale viene posta la domanda.
Ma la sterilizzazione non può funzionare con il passaparola.
Non è una raccolta di abitudini tramandate da un’ASO all’altra.
È un processo organizzato, controllato, documentato e tracciabile, nel quale ogni fase influenza quella successiva.
Forse, quindi, prima di chiedere: “Nel vostro studio come fate?”, dovremmo imparare a porci una domanda diversa:
“Dove è scritto?”
E soprattutto:
“Su quali riferimenti si basa il nostro protocollo?”
Legge, norma tecnica, indicazioni del fabbricante e protocollo non sono la stessa cosa
Quando parliamo di sterilizzazione vengono spesso messi sullo stesso piano norme di legge, norme tecniche UNI EN ISO, linee guida, indicazioni regionali o dell’autorità sanitaria territorialmente competente, istruzioni dei fabbricanti e procedure interne dello studio.
Non sono la stessa cosa.
Il D.Lgs. 81/2008 costituisce uno dei principali riferimenti legislativi per la tutela dei lavoratori rispetto al rischio biologico. Il D.Lgs. 19/2014 ha inoltre introdotto specifiche disposizioni per la prevenzione delle ferite da taglio e da punta nel settore sanitario. [1]
Sul piano tecnico esistono poi norme dedicate alle piccole sterilizzatrici a vapore, alla convalida e al controllo dei processi di sterilizzazione, ai sistemi di barriera sterile, al confezionamento, agli indicatori chimici e alle informazioni che il fabbricante deve fornire per il ricondizionamento dei dispositivi medici. [2]
Non credo, però, che un’ASO debba imparare a memoria una sequenza infinita di sigle.
Deve sapere che quei riferimenti esistono, che vengono aggiornati e che una procedura valida dieci anni fa non può essere considerata automaticamente corretta oggi solo perché “abbiamo sempre fatto così”.
E poi c’è un documento fondamentale che spesso abbiamo davanti agli occhi e consultiamo troppo poco:
le istruzioni del fabbricante.
Quelle dell’autoclave. Quelle dello strumento. Quelle della termosaldatrice. Quelle della lavastrumenti o della vasca a ultrasuoni. Quelle del detergente e del disinfettante. Quelle delle buste e dei rotoli utilizzati per il confezionamento.
Sono documenti che fanno parte del nostro lavoro molto più di quanto immaginiamo.
Perché un protocollo serio non nasce mettendo insieme una frase sentita a un corso, una risposta trovata online e quello che ci ha raccontato una collega.
Nasce dall’incontro tra riferimenti applicabili, caratteristiche dello studio, dispositivi utilizzati e indicazioni dei rispettivi fabbricanti.
Un protocollo non è immobile: è dinamico
C’è un concetto che considero fondamentale.
I protocolli sono dinamici.
Dinamico, però, non significa che ognuno possa modificarli quando vuole.
Significa esattamente il contrario.
Un protocollo deve essere costruito su basi verificabili e deve essere rivisto quando cambia qualcosa che rende necessaria la revisione.
Può cambiare l’autoclave. Può cambiare il sistema di confezionamento. Può cambiare un prodotto. Può essere sostituito un dispositivo medico.
Possono essere aggiornate le istruzioni del fabbricante. Può cambiare una norma tecnica. Possono intervenire nuove disposizioni regionali o indicazioni dell’autorità sanitaria competente.
Può emergere una non conformità che rende necessario modificare una fase organizzativa.
In tutti questi casi il protocollo deve poter evolvere.
Ma deve farlo in maniera controllata.
La nuova versione deve essere formalizzata, datata, resa disponibile agli operatori e comunicata a chi la deve applicare.
Non possiamo avere una procedura scritta nel raccoglitore e una seconda procedura, completamente diversa, tramandata oralmente nel team.
In Lombardia, per esempio, il D.D.G. Sanità n. 8100 del 17 maggio 2004, riferito alle attività odontoiatriche monospecialistiche, richiede un protocollo di sterilizzazione scientificamente validato e verificabile, controfirmato per presa visione dagli addetti; nella checklist di verifica viene controllato che il protocollo sia sottoscritto e applicato dagli operatori. [3]
Questo contiene un principio organizzativo molto importante anche al di là del singolo territorio:
un protocollo non serve soltanto a esistere. Deve descrivere ciò che facciamo davvero.
Gli operatori devono applicare la procedura formalmente adottata dallo studio. Se emerge un problema di sicurezza o una discordanza con le indicazioni applicabili, devono segnalarlo al responsabile e chiedere una verifica prima di proseguire con la fase interessata.
Se deve essere modificata, si modifica il protocollo.
Non il comportamento dell’operatore a seconda di quello che ha letto la sera prima in una chat.
La sterilizzazione non comincia dall’autoclave
Uno degli errori più frequenti è identificare la sterilizzazione con il momento in cui chiudiamo lo sportello dell’autoclave.
Ma quando arriviamo all’autoclave una parte fondamentale del lavoro è già avvenuta.
Le Linee guida ISPESL sull’attività di sterilizzazione descrivono un percorso che comprende raccolta e trasporto, decontaminazione, lavaggio, risciacquo, asciugatura, controllo e manutenzione, confezionamento, sterilizzazione, trasporto e stoccaggio. [4]
A tutto questo si aggiunge una parola fondamentale:
tracciabilità.
Un’autoclave perfettamente funzionante non può correggere tutto ciò che è stato eseguito male prima.
Per questo preferisco parlare di ricondizionamento dello strumentario.
Significa pensare a un processo completo e non a una serie di gesti isolati.
Dal contaminato al pulito
Lo strumentario utilizzato deve essere gestito come potenzialmente contaminato.
Il percorso dall’area clinica alla zona di ricondizionamento deve essere organizzato in modo da limitare manipolazioni inutili, esposizione a materiale biologico e rischio di ferite, in particolare con strumenti taglienti o pungenti.
Per l’ASO significa una cosa molto concreta:
il percorso sporco non può essere improvvisato.
Anche la decontaminazione non significa semplicemente “mettere gli strumenti a bagno”.
Il trattamento deve essere quello previsto dal dispositivo e dal processo adottato.
Quando viene utilizzata una soluzione chimica, concentrazione, modalità di preparazione, tempo di contatto, compatibilità, modalità e durata di utilizzo devono essere ricavati dalle indicazioni del prodotto e inseriti nella procedura dello studio.
Quindi la domanda non dovrebbe essere:
“Ogni quanto cambiate la soluzione?”
ma:
“Che cosa prevede il prodotto che utilizziamo?”
Questa è competenza.
Pulizia, risciacquo, asciugatura e controllo
Togliere lo sporco è parte integrante del processo.
Residui organici e contaminanti possono interferire con le fasi successive.
Non tutti gli strumenti, inoltre, possono essere trattati allo stesso modo.
Alcuni devono essere smontati. Altri presentano lumi, cavità o articolazioni. Altri richiedono particolari modalità di manutenzione.
È qui che tornano nuovamente importanti le indicazioni del fabbricante del dispositivo.
Dopo la pulizia arrivano risciacquo, asciugatura e controllo.
Prima di confezionare dovremmo avere davanti uno strumento:
pulito, asciutto, integro e correttamente preparato.
Perché una busta perfettamente chiusa non rende corretto ciò che è stato preparato male prima di entrarvi.
Fin qui abbiamo seguito il percorso che porta uno strumento a essere pronto per il confezionamento. Nel prossimo articolo entreremo proprio lì: nella busta. Per capire che cosa protegge, come deve essere conservata e su quali basi possiamo stabilirne la durata.
Fonti e riferimenti
[1] Decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, con particolare riferimento al Titolo X, “Esposizione ad agenti biologici”, e Titolo X-bis, introdotto dal D.Lgs. 19 febbraio 2014, n. 19, sulla prevenzione delle ferite da taglio e da punta nel settore sanitario.
[2] Principali riferimenti tecnici richiamati nel testo: UNI EN 13060:2025; UNI EN ISO 17665:2024; UNI EN ISO 11607-1:2023 e UNI EN ISO 11607-2:2023; UNI EN ISO 17664-1:2021; UNI EN ISO 11140-1:2015; UNI EN ISO 11140-6:2023.
[3] Regione Lombardia, D.D.G. Sanità 17 maggio 2004, n. 8100, “Linee guida per la verifica dei requisiti minimi strutturali e tecnologici, generali e specifici delle attività odontoiatriche monospecialistiche”, requisito OGPR007.
[4] ISPESL, “Linee guida sull’attività di sterilizzazione quale protezione collettiva da agenti biologici per l’operatore nelle strutture sanitarie (D.Lgs. 81/2008 e s.m.i.)”, versione maggio 2010. Il documento deve essere letto tenendo conto degli aggiornamenti intervenuti successivamente nelle norme tecniche citate al suo interno.