In odontoiatria il controllo del dolore è una priorità, effettuare un’anestesia efficace significa ridurre in modo significativo la sofferenza durante le cure.
Eppure, a distanza di tempo, ciò che il paziente ricorderà non sarà la tecnica utilizzata o il tipo di anestetico impiegato, ricorderà come si è sentito.
La memoria del dolore non coincide esclusivamente con lo stimolo fisico, è influenzata dall’ansia, dalla percezione di sicurezza, dal senso di contenimento e dalla qualità della relazione instaurata con il team odontoiatrico; due pazienti sottoposti alla stessa procedura, con lo stesso livello di anestesia e lo stesso decorso clinico, possono conservare ricordi completamente diversi dell’esperienza vissuta.
Quando una persona si accomoda alla poltrona entra in una condizione particolare, è in posizione reclinata, con una possibilità di comunicazione limitata, non vede direttamente ciò che accade e, anche in assenza di dolore reale, questa configurazione può generare vulnerabilità, una vulnerabilità fisica ma soprattutto emotiva.
In questo scenario l’ASO è la figura che si trova più vicina al paziente nei momenti di maggiore attivazione emotiva, durante l’anestesia, all’inizio di una procedura chirurgica, nei passaggi percepiti come più invasivi; lo sguardo del paziente spesso cerca un riferimento stabile e quel riferimento non sempre è l’odontoiatra concentrato sul campo operatorio, molto spesso sono gli occhi dell’assistente.
Il contatto fisico, quando appropriato e rispettoso, può avere un effetto stabilizzante, una mano appoggiata sulla spalla, una stretta lieve durante una fase delicata, un gesto che segnala attenzione e presenza possono ridurre la sensazione di solitudine, è un modo silenzioso di comunicare: “sono qui”.
Non si tratta di un gesto automatico, non tutti i pazienti gradiscono il contatto, alcuni lo trovano rassicurante, altri preferiscono mantenere una distanza maggiore; la competenza dell’ASO sta proprio nella capacità di leggere questi segnali, postura, rigidità muscolare, modalità di risposta verbale, sguardo, una sensibilità che si costruisce nel tempo e che richiede ascolto, osservazione e misura.
Molti pazienti, a distanza di mesi o anni, non ricordano i dettagli tecnici dell’intervento ma ricordano se si sono sentiti realmente accompagnati oppure lasciati soli, e questa percezione incide sulla disponibilità a tornare, sulla fiducia nello studio, sulla continuità delle cure; la memoria emotiva può essere più forte della memoria fisica.
La mano dell’assistente non è uno strumento clinico, non compare nei protocolli operativi, non è descritta nei manuali tecnici, eppure è parte integrante del contesto di cura, e il contesto influisce in modo significativo sull’esperienza complessiva del paziente.
L’ASO, attraverso la propria presenza costante e attenta, partecipa alla costruzione di questa esperienza e contribuisce a modulare il clima emotivo in cui la procedura clinica si realizza e verrà ricordata, e in quella memoria, talvolta, resta impressa una mano che ha saputo accompagnare.