«Dove devo firmare?»
È una delle frasi che sentiamo più spesso nello studio odontoiatrico.
Il paziente prende la penna, sfoglia velocemente alcune pagine, cerca l’ultima riga disponibile e, quasi sempre, arriva direttamente lì.
Alla firma.
E ogni volta mi viene da pensare che, probabilmente, il momento più importante non sia quello.
Perché il consenso informato non nasce con una firma.
Nasce molto prima.
Nasce quando il paziente entra nello studio con le sue paure.
Quando ascolta una diagnosi che non si aspettava.
Quando cerca di capire parole che non appartengono al suo mondo.
Quando prova a dare un significato a termini come impianto, estrazione, chirurgia, rigenerazione ossea o parodontite.
Noi lavoriamo in questo ambiente ogni giorno.
Per noi certe parole sono normali.
Per il paziente spesso rappresentano un territorio sconosciuto.
Ed è proprio qui che il consenso informato smette di essere un documento e diventa una relazione.
La differenza tra sapere e comprendere
Nel nostro lavoro siamo abituati a spiegare.
Spieghiamo procedure.
Spieghiamo tempi.
Spieghiamo rischi.
Spieghiamo benefici.
Spieghiamo alternative terapeutiche.
Eppure spiegare non significa automaticamente essere compresi.
È una differenza enorme.
Perché mentre noi stiamo comunicando informazioni, il paziente sta contemporaneamente gestendo emozioni.
Sta cercando di capire se sentirà dolore.
Se perderà giorni di lavoro.
Se riuscirà a sostenere economicamente il trattamento.
Se tutto andrà bene.
Se può fidarsi.
In quel momento la sua mente non funziona come la nostra.
Noi ragioniamo in termini clinici.
Lui ragiona in termini umani.
Ed è per questo che, a volte, uscendo dalla sala operativa, ci accorgiamo che le domande più importanti arrivano dopo.
Le domande del corridoio
Credo che ogni ASO abbia vissuto questa scena almeno una volta.
Il colloquio con il dentista è terminato.
Il piano di trattamento è stato spiegato.
Il consenso è stato illustrato.
Tutto sembra chiaro.
Poi il paziente si avvicina e, quasi sottovoce, chiede:
«Ma secondo lei farà male?»
Oppure:
«Ma è una cosa grave?»
«Ma riuscirò a mangiare?»
«Ma devo preoccuparmi?»
E in quel momento capisci una cosa importante.
Non sta chiedendo soltanto un’informazione.
Sta cercando rassicurazione.
Sta cercando qualcuno che traduca il linguaggio clinico in un linguaggio umano.
Il tempo della comunicazione è tempo di cura
La Legge 219 del 2017 contiene una frase bellissima: “Il tempo della comunicazione costituisce tempo di cura.”
Ogni volta che la leggo penso che dovrebbe essere incorniciata all’ingresso di ogni struttura sanitaria.
Perché ci ricorda qualcosa che la fretta rischia di farci dimenticare.
Spiegare non è una perdita di tempo.
Ascoltare non è una perdita di tempo.
Rispondere alle domande non è una perdita di tempo.
Tutto questo è cura.
Forse non cura un dente.
Ma cura la persona che quel dente lo porta.
E spesso è proprio da lì che nasce la fiducia.
Il ruolo invisibile del team
Quando si parla di consenso informato si pensa subito all’odontoiatra.
Ed è corretto.
La responsabilità dell’informazione clinica appartiene al professionista.
Ma esiste anche un ruolo invisibile che coinvolge tutto il team.
L’ASO osserva.
Ascolta.
Coglie esitazioni.
Intercetta dubbi.
Riconosce lo sguardo di chi annuisce senza aver davvero capito.
Riconosce il silenzio di chi vorrebbe fare una domanda ma non trova il coraggio.
In quei momenti non sostituisce il dentista.
Non interpreta diagnosi.
Non fornisce informazioni che non le competono.
Ma svolge una funzione preziosa.
Aiuta il paziente a sentirsi accolto.
E aiuta il professionista a capire quando una spiegazione necessita ancora di qualche minuto.
Qualche volta bastano davvero pochi minuti.
La fiducia non nasce dall’assenza di rischi
Per anni si è pensato che parlare dei rischi potesse spaventare il paziente.
La mia esperienza mi ha insegnato il contrario.
Le persone non hanno paura della verità.
Hanno paura di ciò che non comprendono.
Un paziente correttamente informato può essere preoccupato.
Ma difficilmente si sentirà tradito.
Un paziente che scopre qualcosa dopo, invece, rischia di perdere fiducia.
E la fiducia, una volta incrinata, è molto più difficile da ricostruire di qualsiasi restauro.
Una firma dura pochi secondi
Alla fine il consenso informato non è una questione di carta.
È una questione di persone.
La firma dura pochi secondi.
La fiducia può durare anni.
La firma conclude una procedura.
La fiducia apre una relazione.
E forse dovremmo ricordarcelo più spesso.
Perché il paziente non sta semplicemente autorizzando un trattamento.
Sta facendo qualcosa di molto più importante.
Sta affidando una parte della propria salute a qualcuno.
E quell’affidamento comincia molto prima della penna.
Comincia nel momento in cui una persona si sente davvero ascoltata.