Comunicazione e cura: il valore terapeutico del linguaggio dell’ASO

La relazione con il paziente si costruisce prima della diagnosi, prima dell’accesso alla poltrona e prima dell’intervento clinico.

Spesso prende forma attraverso la qualità della comunicazione.

Nel lavoro quotidiano dell’ASO, comunicare non è un elemento secondario: è una competenza professionale essenziale.

Il modo in cui vengono scelte le parole, gestito il tono di voce e strutturato il primo contatto influenza direttamente la risposta del paziente: apertura o chiusura, collaborazione o resistenza, continuità o abbandono del percorso di cura.

Molti pazienti arrivano dicendo “va tutto bene”. Il corpo, però, racconta un’altra storia. Spalle rigide. Mascella serrata. Respiro corto.

Quello non è “tutto bene”, quello è paura trattenuta.

Le persone non reagiscono a ciò che accade ma a come lo vivono e soprattutto a come le percepiscono. 

E nello studio odontoiatrico, quel “come” passa quasi sempre da noi perché spesso siamo il primo sguardo che incontrano.

La prima voce che ascoltano.

Spesso, il primo essere umano a cui affidano una fragilità.

Questa non è manipolazione, questa è responsabilità.

È sapere che una parola può calmare o irrigidire, che un tono può rassicurare o allontanare, che un silenzio può essere accogliente o abbandonante.

Quante volte, con le migliori intenzioni, diciamo: “Non si preoccupi” a qualcuno che è già in allarme?

Negare un’emozione non la elimina.

Riconoscerla, sì.

Dire: “Capisco che possa spaventare, è normale. Siamo qui con lei.” non è una frase gentile. È una base sicura.

Nel mio percorso ho imparato che il paziente non cerca qualcuno che minimizzi ma qualcuno che regga la sua paura senza scappare.

La comunicazione empatica non serve a convincere ma permette al paziente di capire.

E solo quando capisce, può scegliere davvero.

Ciò che diciamo deve essere allineato a ciò che facciamo e a ciò che siamo.

Il paziente sente le incoerenze. Sempre.

Anche quando non sa spiegarle.

Ed è qui che il ruolo dell’ASO diventa centrale lerché siamo il punto di equilibrio tra tecnica e umanità, tra organizzazione e relazione tra paura e fiducia.

Quando la comunicazione è chiara, rispettosa e presente, il paziente abbassa le difese, non perché è stato convinto ma perché si sente al sicuro.

Le parole non sostituiscono la cura clinica tuttavia la rendono possibile.

Essere ASO significa anche saper usare un linguaggio che non ferisce, saper stare accanto senza invadere, saper comunicare senza togliere dignità perché, a volte, prima ancora di sistemare un sorriso,

serve qualcuno che sappia parlare all’essere umano

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