Quando il lavoro ti fa dubitare di te stessa

Chi frequenta i gruppi professionali delle ASO lo sa. Ogni settimana compaiono racconti molto simili tra loro: cambiano le persone, cambiano le città, cambiano gli studi.

Ma spesso le emozioni sono le stesse.

Stanchezza.
Frustrazione.
Demotivazione.

E soprattutto una frase che ritorna continuamente: “Non so più se il problema sono io.” Forse è proprio questa la parte che dovrebbe farci riflettere. Perché quando una professionista che lavora da dieci, quindici o vent’anni arriva a mettere in dubbio il proprio valore, raramente la questione riguarda soltanto un errore o una dimenticanza. Spesso dietro c’è qualcosa di più profondo.

Ci sono anni passati a correre. A fare una cosa mentre se ne pensa un’altra. A passare da una stanza all’altra. A preparare. Riordinare. Accogliere. Assistere. Gestire urgenze. Risolvere problemi. Rimediare agli imprevisti.

E fare tutto questo cercando di mantenere il sorriso davanti ai pazienti.

Molti colleghi raccontano di sentirsi sempre sotto pressione. Di dover seguire più professionisti contemporaneamente. Di occuparsi di attività che vanno ben oltre il proprio ruolo. Di essere costantemente chiamate a fare di più.

Più velocemente.
Più efficacemente.
Più responsabilmente.

E quando qualcosa sfugge, quando arriva una disattenzione o un errore, il giudizio spesso cade soltanto sulla conseguenza. Raramente sulle condizioni che hanno portato a quella conseguenza. Eppure, nessuno lavora bene quando vive costantemente in tensione. Nessuno può mantenere gli stessi livelli di attenzione per ore, giorni, mesi e anni senza che la fatica presenti il conto. Questo non significa giustificare gli errori.

Significa comprenderne le cause.

Ma c’è un altro aspetto che emerge continuamente dalle testimonianze dei colleghi. Molte non sono stanche della professione. Sono stanche delle condizioni in cui la professione viene esercitata.

Perché fare l’ASO non significa soltanto passare strumenti. Significa assistere procedure cliniche, garantire sicurezza, organizzare il lavoro, gestire il paziente, supportare il professionista e mantenere il controllo anche quando tutto sembra andare di fretta.

È una professione fatta di competenze tecniche, relazionali e organizzative. Eppure, molti professionisti raccontano di sentirsi invisibili. Non perché il loro lavoro non abbia valore. Ma perché quel valore, troppo spesso, viene dato per scontato.

Quando una persona sente di dare molto e ricevere poco riconoscimento, non perde soltanto motivazione. Rischia di perdere il senso stesso del proprio lavoro.

Un altro elemento che colpisce leggendo certi racconti è l’abitudine alla sopportazione: si sopporta perché si ha bisogno dello stipendio, perché si spera che le cose cambino, perché si pensa che tutti gli studi siano uguali, perché si ha paura di ricominciare.

E così situazioni che dovrebbero essere eccezionali diventano normali. Le urla diventano carattere. I rimproveri pubblici diventano metodo. La mancanza di rispetto diventa routine. La paura di sbagliare diventa una compagna quotidiana. E lentamente si inizia a pensare che il problema sia dentro di noi.

Che dovremmo essere più veloci, attenti, disponibili, resistenti e performanti. Ma nessuno dovrebbe lavorare ogni giorno con la sensazione di non essere mai abbastanza. Fortunatamente esistono anche tante realtà diverse.

Studi dove il confronto avviene con rispetto. Dove gli errori diventano occasioni di crescita. Dove il lavoro di squadra non è uno slogan ma una pratica quotidiana. Dove il valore delle persone viene riconosciuto prima ancora delle prestazioni.

Ed è importante ricordarlo.

Perché raccontare soltanto ciò che non funziona rischia di far credere che quella sia la normalità.

Non lo è.

Un richiamo può essere corretto. Una critica può essere utile. Un confronto può essere necessario.

L’umiliazione no. La paura no. La mancanza di rispetto no.

Mai.

C’è poi una riflessione che riguarda tutti noi.

Spesso gli ASO sono i primi a prendersi cura degli altri. Accolgono il paziente impaurito. Calmano il bambino che piange. Supportano il medico nei momenti più complessi. Gestiscono gli imprevisti. Riorganizzano la giornata quando qualcosa va storto.

Sono un punto di riferimento silenzioso per lo studio. Eppure, molto spesso sono gli ultimi a prendersi cura di sé stessi. Forse dovremmo smettere di chiederci perché tanti colleghi siano demotivati e iniziare a chiederci cosa li aiuterebbe a restare motivati. Perché trattenere una professionista non significa soltanto pagarla.

Significa ascoltarla, coinvolgerla, rispettarla.

Farle percepire che il suo contributo conta davvero.

Le persone non lasciano sempre un lavoro. A volte lasciano la sensazione di non essere viste. E uno studio moderno non dovrebbe essere valutato soltanto per la qualità clinica che offre ai pazienti. Dovrebbe essere valutato anche per il modo in cui tratta le persone che ogni giorno ne permettono il funzionamento. Perché la qualità delle cure nasce anche dalla qualità delle relazioni.

E il rispetto non è un premio. È il punto di partenza.

Forse il punto non è chiedersi perché tanti colleghi siano stanchi. Dopo anni trascorsi a correre, gestire, organizzare, assistere e risolvere problemi, la stanchezza è quasi inevitabile.

La vera domanda è un’altra: come mai così tante persone che hanno scelto questo lavoro con entusiasmo rischiano di perderlo strada facendo?

Perché una professione può essere impegnativa.

Può essere faticosa.

Può richiedere sacrifici.

Ma non dovrebbe mai far sentire qualcuno invisibile.

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