Ci sono pazienti che entrano in studio con una radiografia sotto il braccio.
E poi ce ne sono altri che entrano con una storia intera sulle spalle.
La sua non stava in una cartellina clinica: stava negli occhi guardinghi, nel modo rallentato di parlare, nelle frasi dette a metà e poi riprese da capo. Stava nella necessità quasi fisica di spiegare tutto, di giustificarsi, di essere sicuro che dall’altra parte ci fosse qualcuno disposto ad ascoltare davvero.
Era un uomo in età pensionabile, in cura da anni da uno psichiatra. Fobie, manie, diffidenza cronica. Un curriculum di studi dentistici visitati e poi abbandonati, non per incompetenza tecnica, ma per qualcosa di più sottile e difficile da nominare: la mancanza di fiducia nell’essere umano, prima ancora che nel medico.
Quando arriva da noi, non sceglie solo uno studio. Sceglie un rischio. Perché affidarsi, per lui, è una fatica enorme.
La fragilità che non fa rumore
È un paziente maniacale dell’igiene orale. Lava i denti ogni volta che mangia. Ogni volta che beve qualcosa. Un comportamento che, a un dentista, potrebbe persino strappare un sorriso di approvazione. Ma nella vita quotidiana è una prigione.
Cerca cure olistiche. Chiede, domanda, verifica. Non per moda ma per paura. Paura di perdere il controllo. Paura che qualcosa gli sfugga di mano.
Viene, parla, spiega. Poi se ne va. Fa una pulizia ogni due anni. Poi sparisce. Poi torna.
Poi, con una fatica enorme, decide di curarsi davvero. Non apre semplicemente la bocca. Apre una breccia. E in quella breccia ci sono anni di sofferenza, di racconti ripetuti mille volte a medici diversi, di spiegazioni che sembrano non bastare mai. C’è la stanchezza di dover sempre ricominciare da capo.
Io lo guardo e mi chiedo: quanta energia serve, ogni giorno, per stare al mondo così?
La domanda che cambia tutto
A un certo punto non chiede del piano di cura.
Non chiede dei costi.
Non chiede dei tempi.
Chiede un’altra cosa.
Ci chiede se siamo abbastanza sensibili da poter capire il suo disagio.
Non se siamo bravi.
Se siamo umani.
E lì succede qualcosa. Perché in trent’anni di professione accumuli lauree, master, corsi, attestati. Ti formi, ti aggiorni, migliori le tecniche. Ma davanti a una domanda così capisci che non basta sapere cosa fare. Serve sapere come stare.
Curare non è sempre produttivo
Prendere in carico un paziente fragile non è una scelta neutra. Non è una riga in agenda.
È sapere che la produttività andrà a farsi benedire. Che i tempi saranno dilatati. Che le spiegazioni andranno ripetute dieci volte. Che ogni piccolo passaggio richiederà conferme, rassicurazioni, pause.
A volte, diciamolo, speri che non scelga proprio te. Perché sai che sarà faticoso. Perché sai che non “renderà” come altri pazienti.
Eppure, quando decidi di farlo, non stai semplicemente curando.
Ti stai prendendo cura.
E sono due cose profondamente diverse.
Cosa serve davvero, oltre ai titoli
Cosa serve, allora, per sostenere un paziente così?
Non una nuova tecnica. Non un altro corso.
Serve:
- La capacità di tollerare il silenzio
- la pazienza di non riempire subito i vuoti
- l’umiltà di sapere che non guarirai tutto
- la forza di non scappare davanti alle fragilità
Serve accettare che a volte non guadagni, ma restituisci dignità.
Che a volte non ottieni risultati immediati, ma costruisci fiducia.
Che a volte esci stanco, ma con il cuore pieno di bene.
E sì, magari alla fine ti fai lasciare il contatto dell’analista.
Non per il paziente.
Per te.
Perché anche chi cura, quando cura davvero, ha bisogno di essere sostenuto.
Trent’anni dopo, la stessa domanda
Lo guardo mentre prova a fare una battuta. Il sorriso è goffo, il tempo di reazione rallentato dai farmaci. E penso che dopo trent’anni di professione, la domanda non è cambiata: come si sta accanto a una persona così?
La risposta non è scritta in nessun protocollo.
Si sta accanto con rispetto.
Con confini chiari.
Con una presenza stabile, non invadente.
Con la capacità di non prendere sul personale le paure dell’altro.
Si sta accanto sapendo che non sarai il salvatore.
Ma potrai essere un punto fermo.
La cura che non si vede
Questo tipo di pazienti non ti ringraziano sempre in modo eclatante.
A volte il grazie è solo tornare.
A volte è restare seduti sulla poltrona un minuto in più.
A volte è fidarsi abbastanza da aprire la bocca.
E in quel gesto minuscolo c’è tutto. Perché ci sono pazienti che ti fanno crescere il fatturato e poi ci sono pazienti che ti fanno crescere come professionista e come essere umano.
E forse, alla fine, è per questi che, nonostante la fatica, i rallentamenti, le agende scombinate, continuiamo a fare questo lavoro. Non solo per curare denti ma per stare accanto alle persone, anche quando è difficile.
Soprattutto quando è difficile.