Ci sono temi che non fanno rumore, ma vivono in silenzio in molti studi odontoiatrici. Uno di questi è cosa significa essere un uomo che sceglie di diventare ASO. Una scelta che, sulla carta, appare semplice, quasi lineare, ma che nella realtà porta con sé aspettative, giudizi impliciti e una solitudine che raramente viene detta ad alta voce.
Essere uomini oggi non è solo una questione di genere. È una questione di identità, di ruolo sociale, di ciò che ci si aspetta da un uomo e di ciò che un uomo dovrebbe rappresentare. Per molto tempo, nella nostra cultura, il lavoro maschile è stato associato al sostentamento principale, allo stipendio “forte”, a quella sicurezza economica che definiva implicitamente il valore e la posizione di un uomo. Il lavoro femminile, al contrario, veniva spesso considerato un secondo stipendio, un supporto, qualcosa di importante ma non centrale.
Oggi questo scenario sta cambiando. In alcuni contesti si sta addirittura invertendo.
Sempre più donne ricoprono ruoli meglio retribuiti, più stabili, più riconosciuti. Sempre più spesso sono loro ad avere carriere solide, stipendi importanti, percorsi professionali lineari. È un cambiamento reale, positivo, necessario. Ma come ogni cambiamento profondo, porta con sé anche nuove tensioni, soprattutto quando i modelli culturali non si aggiornano alla stessa velocità.
In questo contesto, un uomo che sceglie una professione come quella dell’ASO si trova a fare i conti non solo con lo sguardo degli altri, ma anche con una narrazione interna che fatica a trovare nuovi punti di riferimento. Perché non è solo una questione di lavoro. È una questione di posizione, di percezione, di equilibrio all’interno della coppia, della famiglia, della società.
Quando un uomo non è quello con lo stipendio più alto, quando non incarna il ruolo economico dominante, spesso deve affrontare domande silenziose che nessuno formula apertamente. Domande che non mettono in discussione la competenza, ma il modello. E questo può generare un senso di disallineamento, di fatica identitaria, che raramente viene riconosciuto.
Molti uomini ASO raccontano una difficoltà che va oltre il lavoro quotidiano. È la difficoltà di legittimare una scelta che non rientra nei canoni tradizionali del successo maschile. Cosa significa essere un uomo che non ha uno stipendio importante? Cosa significa sentirsi competenti, utili, professionali, ma percepire che questo non basta a essere pienamente riconosciuti? Non si tratta di ambizione mancata, ma di dignità professionale. Perché scegliere una professione di cura, di supporto, di organizzazione clinica non è una rinuncia. È una scelta consapevole, che però fatica ancora a essere letta come tale.
A questo si aggiunge un altro livello, più sottile ma altrettanto incisivo. La maggior parte degli uomini che intraprende questa strada si scontra molto presto con una realtà semplice e complessa insieme: per molti, l’ASO ha ancora un volto femminile.
E in quel momento diventa chiaro che, per loro, il riconoscimento non è immediato. Non perché manchi competenza, ma perché la loro presenza rompe uno schema. Da lì in poi il lavoro non è solo tecnico o organizzativo: è anche identitario.
Senza volerlo, molti uomini ASO si trovano a dover costruire tutto da zero. Non hanno modelli a cui guardare, non hanno figure simili da cui osservare stili, ritmi, modalità di comunicazione. Devono inventarsi un modo di essere ASO che non hanno mai visto rappresentato. Questo significa costruire competenze, postura professionale, identità lavorativa senza riferimenti precostituiti. Non è solo adattamento. È responsabilità. È consapevolezza. È una crescita silenziosa che richiede una forza profonda, spesso invisibile.
C’è poi una parte ancora più delicata, che viene raccontata quasi sempre senza trovare uno spazio esplicito. Le difficoltà che non arrivano dall’esterno, ma dall’interno del team. A volte sono proprio le colleghe donne, senza intenzione e senza cattiveria, a far emergere una sensazione di non appartenenza. Una battuta, un “questo lo faccio io che sono più precisa”, un gesto che esclude senza dichiararlo apertamente. Piccole cose, ripetute nel tempo, capaci di lasciare un segno che si deposita lentamente.
Non è una guerra tra generi. Non è una contrapposizione. È una mancanza di consapevolezza. Essere un uomo ASO oggi significa anche questo: accettare che i ruoli stanno cambiando, che i parametri economici non definiscono più l’identità di una persona, che la competenza non ha genere e che il valore professionale non può essere ridotto a uno stipendio.
Questi uomini non vogliono essere visti come un’eccezione o come una stranezza. Non vogliono essere “quelli che hanno scelto un lavoro da donne”. Vogliono essere riconosciuti per ciò che sono: ASO. Professionisti completi, competenti, responsabili, appassionati. Persone che hanno scelto un lavoro per coerenza con se stesse, non per aderire a un modello che non li rappresenta più.
Raccontare anche queste storie non serve a dividere, ma ad ampliare lo sguardo. Perché una professione cresce davvero solo quando riesce a includere tutte le sue identità, anche quelle meno comode, anche quelle che mettono in discussione ciò che siamo abituati a considerare “normale”. E forse, iniziando a parlare anche di questo, potremo creare studi in cui ognuno può entrare senza dover dimostrare la propria legittimità. Solo la propria professionalità.